ho scelto il lavoro sbagliato, nel momento sbagliato, nel Paese sbagliato ovvero del Museo negato

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Siamo in Italia, il Paese che possiede la percentuale più alta del patrimonio culturale mondiale, il Paese che ha insegnato i principii della conservazione e della valorizzazione dei beni culturali, quel Paese che ha studiato una legislazione di tutela delle tracce del passato fin dagli inizi del Novecento, perfezionandola con la ben nota legge del 1939. Qui è nata una classe di intellettuali e un percorso di studi altamente specializzato per coloro che vogliono dedicare la vita alla cura del patrimonio storico artistico. Nei musei di tutto il mondo l’arte italiana ha un posto speciale, grandi spazi, personale qualificato, grandi mostre, pubblicità. Oggi l’Italia è anche il Paese della moda e del design e il made in Italy, nonostante la crisi, fa ancora la sua porca figura. Bene. Fatte queste premesse sembra davvero logico e lineare che un giovane scelga di studiare all’Università storia dell’arte e di specializzarsi nella sua conservazione e valorizzazione. Ancor più sensata sembra la scelta di specializzarsi magari nello studio della storia del design e della moda, se si vive a Milano poi sembra davvero una strada vincente.
Domanda: allora come mai la maggior parte di coloro che hanno seguito e terminato con profitto questi studi sono impiegati in altri settori? Non parlo di gente con la media del 22 e fuori corso di 5 anni, parlo di giovani brillanti e preparati che invecchiano nell’attesa di avere la possibilità di fare il proprio lavoro, riciclandosi negli impieghi più disparati, magari con successo, ma sottratti alla loro vocazione!
Ebbene la dura realtà è che lo Stato ha da qualche anno tagliato in maniera selvaggia i fondi alla Tutela e alla Valorizzazione del patrimonio, le Scuole di Specializzazione in Storia dell’arte sono diventate l’alternativa di chi non riesce ad avere un dottorato (un tempo erano ben distinte le carriere degli storici dell’arte: dottorandi in università, specializzandi nelle Soprintendenze, gli altri nei musei o nelle scuole). I musei hanno ridotto drasticamente il personale, ridotto l’orario, se non addirittura chiuso. Milano in particolare è un disastro. Si fregia ogni anno dello scintillante titolo di capitale del fashion e del gusto, ricoprendo di fatto un ruolo guida solo due settimane l’anno, le fashion weeks, più un week end lungo per il salone del mobile dove veste i panni di capoluogo del design. Eppure Milano non ha un museo della moda che meriti questo nome. Intendiamoci, possiede collezioni straordinarie di costumi e accessori da far invidia al Met, ma non li vede nessuno, fatta eccezione per pochi pezzi esposti a rotazione nell’ibrida soluzione di Palazzo Morando. Come mai Milano non ha un museo della moda? Molti studiosi nel corso del Novecento ci hanno provato, in alcuni periodi sembrava quasi che ci fossimo vicini, ma poi cambiata l’amministrazione cittadina ecco di nuovo tutto da fare da capo. Mentre Parigi, Londra e New York aprono mostre su mostre dedicate ai grandi temi della moda e del costume, creano musei, mettono online le proprie collezioni, a disposizione di pubblico, studiosi, designer e scuole, Milano dorme e Palazzo Reale, cuore espositivo della città, ospita 100000 mostre contemporaneamente senza un senso logico, senza una programmazione di ampio respiro. Forse dobbiamo svegliarci, forse le procedure idealmente perfette per creare un museo idealmente perfetto non sono applicabili in un Paese così imperfetto. Forse è nostro dovere trovare una via alternativa, un nuovo modello, più snello, magari meno corretto, ma che faciliti e mantenga in atto un processo di crescita e progresso. Non dico la cura, ma almeno un farmaco di facile somministrazione che faccia prendere tempo in attesa della scoperta del vaccino miracoloso. Altrimenti è tutto inutile, altrimenti quei giovani brillanti sono solo ragazzi che hanno scelto il lavoro sbagliato, nel paese sbagliato, nel momento sbagliato.

Sono una storica dell'arte, studio i tessuti antichi, la storia della moda, del costume e del gusto. Insegno da 6 anni queste discipline. Seguo i giovani talenti che nascono, crescono e prendono il volo. GlitMagazine è il luogo dove tutte queste esperienze si uniscono nella mia vera passione, la scrittura.

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